Siamo gli advisor del Made in Italy Fund, un fondo comune di investimento esclusivamente focalizzato sulle società italiane di piccola dimensione.

IL FONDO

Il mercato azionario italiano è concentrato nel settore finanziario e in quello dei servizi di pubblica utilità. Se si aggiungono ENI, Luxottica e pochi altri produttori di beni di consumo si arriva a più di tre quarti del mercato. Di conseguenza, un investitore che compra un ETF Italia, o uno dei fondi Azionari Italia gestiti attorno all'indice, compra quei pochi settori ed è quindi fortemente sottoinvestito in ciò che costituisce il nucleo dell'economia italiana – le società di piccola dimensione.

Il Made in Italy Fund è esclusivamente concentrato sulle piccole aziende – società con capitalizzazione di mercato inferiore ad un miliardo di euro. Sono l'80% dei nomi quotati, ma meno del 10% del valore totale del mercato.

L'obiettivo del fondo è quello di selezionare le migliori 30 società in questo universo, in termini di profittabilità, crescita e valutazione.

LA FILOSOFIA DI INVESTIMENTO

Investment Philosophy

I mercati non sono efficienti, ma offrono continuamente opportunità attraenti per gli investitori attivi che siano in grado di sfruttarle attraverso un'analisi diligente del valore intrinseco delle aziende.

Le azioni non sono pezzi di carta da comprare e vendere, ma rappresentano una frazione della proprietà di un'azienda, che consente agli investitori di condividerne i profitti.

Il Fondo seleziona titoli con la mentalità di un investitore di lungo termine, che vuole partecipare al successo delle proprie aziende. Il suo scopo è di essere un azionista stabile e un punto di riferimento per le migliori società nel dinamico universo delle aziende italiane di piccola dimensione.

IL PROCESSO DI SELEZIONE

SCREENING DELLE SOCIETÀ

Costante ricerca delle più interessanti opportunità di investimento, attraverso uno screening sistematico dell'universo delle aziende di piccola dimensione basato su regole quantitative e qualitative, nonché approfittando di occasioni offerte dalla volatilità dei mercati.

ANALISI FONDAMENTALE

La selezione si basa sulla storia dei risultati e della valutazione, con particolare attenzione alla corporate governance e alla composizione dell'azionariato. Le analisi sono basate su un rapporto diretto con il top management e visite regolari nella sede delle società.

VALUTAZIONE

Lo scopo del lavoro di valutazione è quello di stimare la redditività e le prospettive di crescita delle società, al fine di giungere ad una ragionevole definizione del loro valore intrinseco.

SELEZIONE

Il Fondo seleziona le società in cui vi è una significativa differenza tra valore intrinseco e prezzo di mercato. L' entità di tale margine di sicurezza determina la dimensione della posizione.

MONITORAGGIO

Una volta inserite in portafoglio, le aziende sono costantemente monitorate per garantire la validità della tesi alla base della selezione. La posizione e i pesi sono adeguati di conseguenza.


DESELEZIONE

Il Fondo ha un basso turnover. Le posizioni escono dal portafoglio una volta che chiudono il divario valutativo attraverso l'apprezzamento, o per lasciare spazio ad alternative più attraenti.






RISCHI

Essendo investito in titoli a bassa capitalizzazione, con flottante e liquidità giornaliera limitati, il fondo può essere soggetto a periodi di alta volatilità.

La volatilità dei prezzi può essere utilizzata a vantaggio del fondo, in quanto dà la possibilità di accumulare posizioni a prezzi particolarmente favorevoli. Tuttavia, il fondo può essere influenzato negativamente da periodi di estese e prolungate flessioni dei mercati azionari, che possono determinare un'ondata di rimborsi difficile da soddisfare in modo ordinario.

Risk


Non ne condividi l'orientamento a lungo termine e intendi entrare ed uscire dal fondo in breve periodo.


Sei un investitore altamente avverso al rischio e quindi impreparato a sopportare la volatilità del fondo.


Intendi investire nel fondo più di una porzione limitata della tua ricchezza finanziaria complessiva.

TEAM

Massimo Fuggetta

Massimo Fuggetta

Company Director and Chief Investment Officer

Giulio Antonello

Giulio Antonello

Strategic Advisor

Blog


Perché così poche?

È noto in finanza come equity home bias puzzle: la preferenza degli investitori per le azioni del proprio paese e il conseguente sovrappeso nei loro portafogli rispetto ai precetti della teoria standard.

Non in Italia. Mentre sono carichi di obbligazioni governative, gli investitori italiani non hanno alcuna predilezione per le azioni domestiche. Non pensano alle azioni come domestiche verso estere: le azioni italiane sono semplicemente una fetta dei loro portafogli azionari europei, o una fetta ancora più sottile della loro esposizione alle azioni globali.

Questo ha poco a che fare con il rispetto dei principi di diversificazione. È il risultato di 150 anni di sottosviluppo – ben documentato in questo volume dal responsabile del Dipartimento Studi della Consob, Giovanni Siciliano, come nel suo precedente libro.

La persistente diffidenza degli italiani nei confronti del loro mercato azionario ha avuto un enorme impatto inerziale sulla sua crescita, che si sente ancora oggi nonostante i decisivi progressi in leggi, norme e regolamenti registrati nel corso degli ultimi due decenni. Il mercato azionario italiano è ancora molto piccolo rispetto alle dimensioni dell’economia. Ci sono solamente circa 300 società quotate – meno della metà delle aziende quotate in Francia e in Germania e meno di un quarto di quelle del Regno Unito.

Perché così poche? La risposta comune punta alla riluttanza dei proprietari delle società a condividere il controllo e a sottoporsi al pubblico scrutinio. Ma la risposta è fuori bersaglio. Il problema non è la mancanza di offerta. Ci sono centinaia di aziende italiane che sarebbero felici di quotarsi e accedere ad una fonte così importante di finanziamento e di riconoscimento. Il problema è la mancanza di domanda. In Francia e in Germania, e di nuovo doppiamente nel Regno Unito, ci sono dozzine di società di gestione del risparmio il cui principale interesse e competenza è il mercato azionario domestico. Così una società che arriva sul mercato sa di poter contare su un interesse naturale. Se la sua proposta di valore è convincente, ci sarà domanda interna per le sue azioni.

Non in Italia, dove tale focus è notevolmente carente. Con poche eccezioni, i fondi che investono nel mercato italiano sono gestiti attorno all’indice, che è fortemente concentrato nel settore finanziario e in quello dei servizi di pubblica utilità. Aggiungendo ENI, Luxottica e pochi altri produttori di beni di consumo si ha la maggior parte del mercato italiano – circa 50-60 titoli in tutto, che lasciano poco spazio alle altre 250 aziende, che sono quindi assenti nella maggior parte dei fondi, o possono al più avere una presenza simbolica in quelli più grandi, limitata ad un paio di decimali.

Prendiamo il caso di El.En., l’azienda fiorentina produttrice di sistemi laser medicali ed industriali. La società ha un valore di mercato di circa 300 milioni di euro ed è posseduta al 48% dai suoi fondatori e manager. Questo lascia più di 150 milioni di capitale flottante. Chi possiede queste azioni? In un paese focalizzato sul mercato azionario interno ci si aspetterebbe di vedere un buon numero di fondi italiani tra i principali azionisti. Ma non è così. Il maggiore azionista è olandese, il secondo è americano, il terzo svizzero, il quarto belga, e così via. C’è un solo fondo italiano tra i primi dieci, ed è l’eccezione piuttosto che la regola.

Facciamo il confronto con Store Electronic Systems, una società francese che vende sistemi di etichettatura. Stessa industria – Apparecchiature elettroniche – stesse dimensioni (valore di mercato 270 milioni) e stesso flottante, 52%. La differenza è che, tra i primi dieci azionisti esterni, otto sono francesi. E questa è la regola piuttosto che l’eccezione. Analoga situazione in Germania, dove il livello medio di flottante è paragonabile all’Italia; ed è più pronunciata nel Regno Unito, dove il flottante è più del doppio e praticamente tutti i principali azionisti di imprese di piccole dimensioni sono gestori di fondi locali.

Cosa si sono persi i fondi italiani ad ignorare El.En.? Ecco la risposta:

Fonte: Factset

E questo non è solo il caso di El.En., ma di decine di altre imprese, molte delle quali appartengono al segmento STAR della Borsa Italiana, dove le imprese sono obbligate a sottoporsi a standard particolarmente rigorosi di corporate governance, trasparenza e comunicazione. Questa è la performance del segmento STAR dal suo lancio, rispetto all’indice principale:

Fonte: Factset

Date una buona occhiata al grafico: mostra che il valore del mercato italiano si è dimezzato dal 2002. Non è sorprendente quindi che il numero dei fondi Italia si sia più che dimezzato nel corso del periodo – in barba all’home equity bias. Allo stesso tempo, tuttavia, l’indice del segmento STAR è andato su 2,5 volte – una performance stellare che, oltre agli azionisti di controllo, ha ampiamente beneficiato gli investitori esteri piuttosto che gli italiani.

Scarsa fiducia, quindi nessun home bias, quindi bassa domanda, quindi pochi fondi, quindi poche quotazioni. Per invertire questo circolo vizioso è sbagliato iniziare dalla fine, confondendo causa ed effetto. In economia è la domanda che crea l’offerta, non il contrario.

Oggi c’è ampio supporto per la fiducia. Il quadro istituzionale italiano in materia di tutela degli investitori non è secondo a nessuno. Questo non significa naturalmente che sia impeccabile e privo di problemi. Ma i problemi sono simili a quelli riscontrabili in altri mercati, e incomparabili, in frequenza e ampiezza, al caos del XX secolo.

Il passo successivo è quello di incoraggiare l’interesse degli investitori per il loro mercato interno. Ma questo può essere fatto solo mettendo in evidenza i suoi punti di forza, non ribadendo lo status quo. Le piccole e medie imprese sono il nucleo dell’economia italiana. Quindi dovrebbero essere il nucleo di fondi di investimento volti a rilanciare la domanda latente di azioni domestiche. Solo una domanda naturale per le loro azioni può indurre un decisivo salto nella motivazione delle aziende private ad accedere al mercato, riducendo così e infine colmando il divario tra il mercato italiano e i suoi vicini.

Il Made in Italy Fund è apertamente home-biased – detiene unicamente aziende italiane. Ma lo fa nella maniera che riteniamo più ragionevole: tralasciando l’indice generale e concentrandosi sui titoli con un valore di mercato al di sotto di un miliardo di euro. Si tratta di un universo attualmente comprendente circa 250 aziende, che sono circa l’80% dei nomi quotati, ma rappresentano solo il 9% del valore totale del mercato.

Molti dei titoli inclusi nel fondo appartengono al segmento STAR, ma questo non è un requisito. Inoltre, tracciando una linea al di sopra di un miliardo  lasciamo fuori circa dieci dei più grandi titoli dell’indice STAR – aziende di successo come Brembo (3.3 miliardi di capitalizzazione), IMA (2.2 miliardi) e Interpump (1.7 miliardi), che rappresentano oltre il 50% del valore dell’indice.

Il nostro obiettivo è di selezionare le storie di successo di domani. Man mano che queste crescono, il Made in Italy Fund si accrescerà con loro, a beneficio dei suoi sottoscrittori. È augurabile che altri fondi ci seguano nel tempo, accrescendo la domanda di azioni domestiche e così creando un terreno favorevole per l’accesso al mercato di più imprese, a beneficio dell’intera economia italiana.

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HO LETTO I TERMINI SOPRA RIPORTATI E CONFERMO CHE SONO UN INVESTITORE PROFESSIONALE O ISTITUZIONALE* E NON SONO RESIDENTE USA ** E INTENDO PROCEDERE.

 

* Per la definizione di investitore professionale o istituzionale si veda: http://www.consob.it/web/investor-education/profilatura-e-valutazione-di-adeguatezza

 

** Come tale si intende un individuo (a) attualmente domiciliato o stabilito negli Stati Uniti d’America, e (b) “U.S. Person” secondo la definizione contenuta nel Regulation S dello United States Securities Act of 1933, e successive modifiche.

 

ACCETTO     NON ACCETTO